giovedì 17 febbraio 2011

Bitterròna, bitter

Parlare delle proprie birre può essere facile e difficile.
Difficile perché se non spieghi la ricetta nascondi gran parte delle aspettative.
Facile perché dopo averne bevuta un bel po' la senti davvero dentro e davvero tua.

Sabato scorso: replica differita in tv di Inghilterra-Italia di rugby a Twickenham.
Quasi un'intera giornata impiegata per partecipare ad una fruttuosissima cotta pubblica (che probabilmente sarà oggetto di prossimi post) e quasi tutti i recettori nasali saturi dell'odore del malto e di un olfattivamente indimenticabile luppolo Cascade.
Gli aggiornamenti sul web possono attendere, un lampo mi colpisce e mi suggerisce come riprendermi e riperdermi nel mondo delle ale, nell'odore british dei pub, in quella straordinaria e per me inconfessabile "aria di casa".

Il connubio per me perfetto è proprio con una bella bitter.
La prendo dalla cantina e so già che non ho bisogno di rinfrescarla molto. Va bene così com'è.
Certo, non ha moltissimo a che fare con quelle draught alla spina che ancora sento in corpo e in gola. Anzi, forse non ha nulla a che fare.


Però a me piace gustarla tra una mischia e l'altra, illudendomi nel mio solitario soggiorno di essere ancora in un pub ad ordinarne una ogni 15 minuti con sincronizzata pausa toilet.

La carbonazione è stata un pò eccessiva anche in questa, maledizione...non è come la voglio io. Ed il dolce del malto mi sa di medicinale e di vecchio, ma col senno di poi non credo saremmo riusciti a far molto meglio. Questo partial mesh lo abbiamo un pò improvvisato, causa limitato tempo di vita dell'estratto.

Ma non mi importa.
E per coniugare il carattere inglese e l'anima meridionale non poteva esserci di meglio che chiamarla Bitterròna, un nome sintetico che racchiude queste due anime lontane divise da mezza Europa.



A distanza di una decina di mesi dallo scorso giugno forse un pochino è migliorata, ma l'amaro sembra proprio staccato da tutto il resto, pur essendo non aggressivo e mantenendosi da metà boccata in poi.

La sconfitta un po' mi rammarica, quella al gusto anche ma forse meno.
Fatto sta che tempo per ripetersi c'è sempre, e tempo per migliorare anche.

Piccole speranze di homebrewer in cerca di dejavu...anzi, di qualcosa di già bevuto...dejabu!

3 commenti:

  1. Hai ragione sugli errori e sul fatto che bisogna migliorare molto ma credo che non bisognerebbe mai perdere la filosofia che lega tutti gli homebrewer (almeno all'inizio) e ripartire da li... Il gusto non è solo il bere ma anche la fatica del produrre e nel sentir crescere la fermentazione,tra una chiacchiera e l'altra,tra confidenze e speranze,tra errori e amnesie. Il gusto è una bella etichetta, l'odore degli strumenti... Ripartiamo da quel gusto per migliorare quello vero...quello del nostro prodotto. Non smarriamo mai le radici per poter crescere più in alto.
    A presto amici!

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  2. la capacità di riuscire a trovare nomi così è una qualità che dovrebbe consolarti in caso di delusioni gustative...

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  3. @Sergio: la fatica del produrre è ciò che più dà gusto nel bere, verissimo. E l'odore degli strumenti vale un sorso intero. Ho intenzione di rimettermi/ci in moto, siamo stati troppo fermi questo inverno!

    @Luka: fortunatamente qualche bel guizzo ogni tanto viene. La ciliegina sulla torta, come dare un nome accattivante, è sempre irresistibile!!! :)

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