giovedì 28 aprile 2011

Birra artigianale, solo guai per le etichette!

Si fa presto a dire birra, e prima ancora a dire birra artigianale.

La notizia di ieri è la multa da parte del Ministero dell’Agricoltura al birrificio Almond ’22…per aver usato la dicitura birra artigianale. Sanzione inaspettata da tutta la categoria ed il mondo della birra italiana, soprattutto perché è praticamente una consuetudine usare questo appellativo per caratterizzare le produzioni dei micro birrifici, a cui spesso è associata un’indicazione di qualità del prodotto (anche se nei fatti non sempre le parole sono sinonimi).




Non è semplice fare un’etichetta, quindi, che sia rispettosa di una legge (datata 1962 addirittura…è tutto dire sul passo della legislazione italiana in materia agroalimentare) ma che sia anche esaustiva nei confronti dei consumatori. Le opinioni sull’argomento etichette arrivano a valanga in queste ore successive alla notizia.
Oltre ad esprimere il mio dissenso sulla sanzione eseguita in base ad una legge di 50 anni fa e la quale presunta infrazione non è certo spuntata oggi come una sorta di scherzo da “inchiostro simpatico”, probabilmente è giunto il momento di capire realmente cosa è un’etichetta per una birra.

Credo le sue funzioni si distinguano in una estetica, una legale-funzionale e l’altra informativa.

Su quella estetica c’è poco da dire perché si tratta di una questione di immagine, impatto e quindi marketing e messaggio da far arrivare al consumatore, che è lì e si chiede il perché di quel nome affiancato a quella grafica, ecc…
A volte fin troppo glamour, però, rischiano di catturare più per eleganza che per contenuto. Ma il marketing, si sa, è questo...lo si può contestare fino ad un certo punto, ma neanche tanto

                                                          

Dal punto di vista legale, appunto…le cose sembrano non essere così facili. Non è mistero l’esistenza in Italia di queste categorie per la birra: analcolica, leggera, speciale, doppio malto.
1. La denominazione «birra analcolica» è riservata al prodotto con grado Plato non inferiore a 3 e non superiore a 8 e con titolo alcolometrico volumico non superiore a 1,2%. 
2. La denominazione «birra leggera» o «birra light» è riservata al prodotto con grado Plato non inferiore a 5 e non superiore a 10,5 e con titolo alcolometrico volumico superiore a 1,2% e non superiore a 3,5%.  
3. La denominazione «birra» è riservata al prodotto con grado Plato superiore a 10,5% e con titolo alcolometrico volumico superiore a 3,5%; tale prodotto può essere denominato «birra speciale» se il grado Plato non è inferiore a 12,5 e «birra doppio malto» se il grado Plato non è inferiore a 14,5. 
4. Quando alla birra sono aggiunti frutta, succhi di frutta, aromi, o altri ingredienti alimentari caratterizzanti, la denominazione di vendita è completata con il nome della sostanza caratterizzante.
Il birraio Jurij Ferri ed il suo Almond’22, quindi, sono stati multati per l’ art. 4 comma 1 D.Lgs 109.92, che recita:
La denominazione di vendita di un prodotto alimentare è la denominazione prevista per tale prodotto dalle disposizioni della Comunità europea ad esso applicabili. In mancanza di dette disposizioni la denominazione di vendita è la denominazione prevista dalle disposizioni legislative, regolamentari o amministrative dell'ordinamento italiano, che disciplinano il prodotto stesso.
Non si capisce come mai questa parola artigianale è permessa per il gelato, per il cioccolato…e per la birra, che invece va davvero a distinguersi dalle produzioni industriali di ben diversa attenzione per la qualità e per i metodi di produzione e stoccaggio materie prime, non viene concessa né contemplata come dicitura assimilata. E ci si ricorda di questo solo oggi, 2011. Se nel corso degli ultimi 20 anni la birra artigianale si è andata affermando è proprio per queste sue caratteristiche, che ora invece rischiano di passare per ingannevoli agli occhi del legislatore. Si rischia davvero di ignorare un fenomeno, o peggio…c’è qualcuno o qualcosa che uole ignorare o affossare questo fenomeno. A maggior ragione, personalmente, auspico coesione tra i birrai e rappresentanza da parte delle associazioni di categoria (Unionbirrai reputo sia quella di riferimento e chiamata a fare la voce grossa a livello nazionale)
Ma etichetta vuol dire, per l’appunto, chiarezza. Certamente la parola artigianale conferisce qualcosa di più aulico alla bevanda, che in qualche caso può anche andare contro le capacità interpretative di un ignaro consumatore. Ma se l’azienda è sul serio artigianale non vedo come possa chiamarsi il prodotto delle sue fatiche.

L’ideale sarebbe una reale trasparenza informativa verso il consumatore. E qui è da citare la lodevole campagna “Birra chiara” di MoBI, che lotta per la chiarezza delle etichette in termini di ingredienti, dati tecnici di gradazione alcolica ed indicazione sul grado di unità di amaro (IBU), luogo di produzione ed indicazioni sulla consumazione. Questo è ciò che, in definitiva, come prima bozza si propone:

Occorre convergenza su questi aspetti che io ho provato a sintetizzare, ma che sicuramente contengono altri sottoproblemi.
Mi limito qui a dire che questa sanzione, se dovesse dimostrarsi realmente legittima, potrebbe conseguentemente colpire tutti indiscriminatamente invece che lanciare il sasso nascondendo la mano, facendo cambiare gli altri birrifici per effetto panico da multa. Questo riguarda tutti, senza distinzione di regioni sul territorio italiano.

Chissà…vedremo un po’ gli sviluppi legali della storia, tifando per la vera birra artigianale e per una vera legge universale italiana sulla birra di qualità.
Se non ora, quando?


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