venerdì 5 ottobre 2012

L'indipendenza dei birrifici

La terminologia non è il nostro massimo.
Non ci riusciamo mai a mettere d'accordo su come definire qualcosa in tanti campi: nella politica, nella giurisprudenza, nelle arti.
Non fa eccezione la birra. Mettiamo da parte l'ormai infinita storia sul termine "artigianale", sul significato riferito ai metodi piuttosto che al prodotto finale (da cui si cerca una certa costanza produttiva, la quale cozzerebbe sul concetto di unicità legato al lavoro artigiano).

A complicare le cose, ultimamente, spunta anche un'altra parolina magica.
Indipendente.
Cosa significa in particolare?


Dunque, analizzando il termine vorrebbe riferirsi ad una mancata dipendenza di un'entità dall'altra o da altre.
Nel caso di un birrificio si parla di indipendenza su cosa in particolare?
Il polverone si è sollevato diverse volte sulla questione, questa quella più illuminante, a mio parere. Provo a descrivere anche quello che penso io.
Non vuol essere nè un attacco nè una critica, ma una semplice riflessione riferita alla realtà piuttosto che agli idealismi.

Non è neppure facile descriverlo dato che ognuno lo spiega a modo proprio, o meglio, ognuno dichiara apertamente "indipendenza" secondo propri criteri o in riferimento solo a determinati aspetti.
Per esempio, c'è chi si dice indipendente perchè non ha legami con associazioni di categoria e ritiene di non essere "spinto" da nessuno nel mercato della birra di qualità.
C'è chi fa riferimento alla filosofia, libera da legacci o gusti standardizzati o interessi di sorta.
C'è chi si mantiene vago proclamando una superiorità intelletuale ed idealista.
C'è anche chi dice di selezionare i migliori malti tra quelli esistenti, solo in base al proprio gusto.

Personalmente non mi ha mai convinto al 100% nessuno di queste presunte spiegazioni, per un paio di semplici motivi, anzi lo potrei riassumere anche semplicemente in un motivo.
Le materie prime.
Innanzitutto, per logica e per evidenza, non è sempre vero che ci si rifornisce un po' di qua e un po' di là per scegliere i malti migliori, per esempio, o i migliori luppoli.
Attenzione, ci sono birrai che lo fanno seppur raramente, e che vanno in Germania per luppoli.
Ma allora arriviamo all'altra contraddizione: come puoi definirti indipendente se sei "costretto" a rifornirti da qualcun altro?


Su questo a me sembra definitvamente cadere il concetto di birrificio indipendente. Tutte le materie prime difficilmente arrivano senza che si sia vincolati da rapporti commerciali, o da semplici ordini.
Forse potrebbero muovere eccezione solo quelli che coltivano le proprie materie prime. E qui si potrebbe parlare di birrifici agricoli in Italia o anche di grandi birrifici che hanno le proprie piantagioni di luppolo ed orzo.
Ma poi sono costretti a matlarlo. E allora si va dalle malterie, ed anche lì finisce l'utopia.
Pochissimi hanno la possibilità di maltare per sè, soprattutto perchè non conviene a meno che non ci sono volumi di produzioni elevatissimi che ne giustifichino l'investimento di capitale e forza lavoro.

Idem per i luppoli, anche se lì il problema è solo curare le piante durante i mesi di fioritura, raccogliere. Ma anche essiccare, mettere sottovuoto e conservare sono operazioni che meritano attenzione, tempo e risorse.
Molti ci stanno provando anche in Italia a farlo da sè, non è una cosa impossibile questa.

Meno discriminante può essere il reperimento dei lieviti, i quali è noto che possono essere replicati. Anche riprodurli o isolarli è un altro bel lavoraccio, chi lo fa sul serio dipende spesso da laboratori, a meno che non sia di grandi dimensioni e da potersi permettere un processo interno. I birrifici spesso questo non lo fanno, per lo meno non i micro italiani.

E l'acqua? Questa non si può prendere se non dalla rete idrica. Oddio...mi viene l'esempio solo del birrificio americano Jester King che usa l'acqua piovana, e forse loro avrebbero superato questa prova.

Ed infine, materie prime a parte, anche potendo essere indipendenti dalle porte di entrata, si può mai essere indipendenti da quelle di uscita? Coltivazioni proprie possono essere giustificate solo in casi di grandi produzioni, implicano grandi volumi, quindi grandi distribuzioni.
Di qui diventa necessario il rapporto con distributori, rischiando di calare in qualità se i volumi sono elevati, e magari non preoccupandosi più di tanto se non si è riuscita a controllare la qualità stessa di qualche fusto.
Sto estremizzando, certo.


Per queste considerazioni, non credo che qualche birrificio italiano possa definirsi indipendente. Anche chi lo porta come proprio segno distintivo.
Non lo disprezzo, ma non lo vedo legato ad un'effettiva indipendenza.
Se l'indipendenza vuol dire semplicemente non essere "comandati" da nessuno dal fare birra, allora ok. Ma questo è intrinseco nel concetto di artigianale nonchè nella parola "artigianale" come è ormai intesa per uso comune.
Tant'è che nella definizione "americana" di craft beer c'è l'indipendenza, ma intesa in un'altra veste, e cioè si riferisce alla quota massima del 25% delle quote del birrificio che possono essere possedute da industrie del beverage (leggi: multinazionali).
Se l'accezione del termine fosse questa, mi pare di poter dire che tutti i micro italiani sono indipendenti.
Ma non credo si alluda a questo. Anzi, forse in Italia c'è una libera interpretazione o traduzione dell'espressione molto funzionante oltreoceano, ma qui io credo perda un po' del fascino americano del termine.

Non voglio con questi pensieri marchiare a fuoco chi usa questa parola accostandola alle proprie birre.
Voglio dissociarmene come consumatore, però, in un certo senso.

Se comunque l'indipendenza dovesse venire usata come vestito da indossare per attrarre gli sguardi del mondo dei giovani...che dire, ben venga se utile.
Avremo guadagnato altri appassionati, che una volta entrati difficilmente ne usciranno.
Ma poi qualcuno glielo dica che si faceva tanto per dire.

Prossimo post: l'indipendenza di pub e birrerie

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