venerdì 8 marzo 2013

Le insidie nascoste dietro qualche bottle conditioned real ales

Continuo la maratona giornaliera per la Settimana della birra artigianale 2013.
In realtà è solo una scusa per alleggerire un po' gli scaffali delle birre comprate e non ancora bevute.
Non so perchè, ma compro, accumulo e nel frattempo bevo anche fuori, con il risultato di un incremento incredibile di birre a disposizione.

Ogni tanto si becca qualche birra che non è il massimo.
In verità me ne accorsi poco dopo averla comprata, ma non volli credere alle sole parole trovate sul web.

E così oggi dopo un paio di mesi di cantina ho ripescato la Crop Circle del birrificio inglese Hop Back Brewery. Non uno degli ultimi arrivati, ma uno di quelli che ormai appartengono alla generazione di fine anni '80 che ha messo le basi per lo sprint finale nella rinascita delle ales inglesi.

La storia è davvero lunga quanto avvincente e ritrovarmi con queste birre che passano quasi inosservate in confronto alle file di prodotti ultra-modaioli dell'ultimo grido e che mi incutono quasi un senso di tenerezza.

Purtroppo c'è qualcosa che non va con alcune di queste birre quando escono dagli UK.
Credo i problemi siano diversi.
Da un lato la messa in bottiglia di birre usualmente servite come real ales, quindi direttamente dal fusto e sottoposte ad un'attento lavoro di controllo dell'avanzamento della maturazione da parte di birrai ma soprattutto publican. La bottiglia, perciò, è per loro un compromesso nel momento in cui si vuole gustare una birra del genere senza prendere l'aereo.
L'altro problema credo sia più da ricercare nelle materie prime. Sul sito risulta esserci una parte di fiocchi di mais, notoriamente un succedaneo per quanto riguarda la produzione di birra.

Sta di fatto che, appena stappata e servita nella pinta, mi sono arrivati al naso evidenti odori sulfurei e di cartone bagnato.
Può darsi subentri anche un altro fattore, cioè lo stoccaggio. Per cui spesso, sia le condizioni di temperatura che quelle di illuminazione possono rompere i delicati equilibri di queste birre, già sottilmente complicate di per se' nella loro facile struttura.



Il punto è che mi era ricapitata una situazione simile con la più nota Summer Lightning, birra dello stesso birrificio, e queste considerazioni le avevo già fatte senza espormi troppo perchè...la sfiga esiste e capita di trovare qualcosa che non va.

Isolandomi da questo evidente difetto, non posso però non valutare positive alcune caratteristiche della birra che si riuscivano comunque a cogliere. Crispy, biscottosamente mielato il corpo, e leggermente amarognola la coda finale della bevuta. Una mano sottile, quasi invisibile di luppolo. Mentre il lievito è sembrato decisamente nascosto dal resto, per le ragioni esposte prima probabilmente.

Naso british che, invece, ho potuto cogliere qualche settimana fa buttandomi su una favolosa birra come la Ivanhoe di Ridgeway (etichetta splendida, tra l'altro). Appena pepato il suo contributo, un sottile amaro che punteggiava la lingua e ne esaltava secchezza ed eleganza.

Anche sulla filosofia inglese c'è molto da imparare ed assaggiare.
Non serviva tutto questo per concluderlo, ma a volte meglio rimarcarlo.

Cheers!

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