sabato 12 ottobre 2013

Da homebrewing a beer firm: fenomenologia di un salto

Pochi giorni fa il celebre archivio anagrafico microbirrifici.org è arrivato a contare la bellezza di 601 attività brassicole. Un numero impressionante, in cui va comunque fatta una distinzione tra birrifici e beer firm.

Come è noto, questi ultimi non sono altro che birrifici virtuali dato che non possiedono impianto e realizzano le proprie ricette presso il plesso di un birrificio realmente esistente.

Non vorrei essere il moralizzatore che per l'ennesima volta parla della differenza tra le beer firm che commissionano una birra al birraio, quelle che hanno un birraio che produce materialmente la birra presso il birrificio ospite, quelle che ne commercializzano solo il marchio spin-off, quelle che si fanno fare la ricetta dal birraio, quelle che se la fanno aggiustare, quelle che seguono tutto dalla cotta fino alle temperature di fermentazione e rifermentazione, ecc...

Non ne uscirei più, soprattutto perchè ormai le sfaccettature imprenditoriali stanno diventando talmente tante che è difficile tracciare nette linee di demarcazione tra le diverse situazioni.
Ciò su cui mi focalizzerei, però, è il motivo che spinge ad avviare una beer firm.

Partirei dalla birra, perchè in fondo è di essa che stiamo parlando. Molti provengono dall'esperienza dell'homebrewing, in pochi se la trascinano da anni. Mettiamoci poi i sogni e la frustazione legittima che deriva dal considerare la propria birra (se si tratta di ricetta collaudata nel tempo) migliore di diversi esempi reperibili in commercio, ed allora il desiderio di dimostrare di che pasta si è fatti prende sempre più vita e si impossessa dell'homebrewer fino a suggerirgli di gettarsi nell'impresa. Impresa, in tutti i sensi.

A me però piace far riflettere che padri dell'homebrewing come Davide Bertinotti e Massimo Faraggi, ventennali domozimurghi con libri, concorsi e corsi alle spalle, nonostante abbiano ovviamente acquisito tutte le abilità del caso, non si sono ancora mai lanciati in beer firm o birrifici, benchè ne abbiano tutte le capacità.
Potrei citare anche altri protagonisti internazionali, come Charlie Papazian, le conclusioni sarebbero le stesse.
Questa osservazione dovrebbe far riflettere, dato che non è da ritenere un obbligo quello di fare il salto dalle pentole alla sala cottura. Tra l'altro un conto è elaborare ricette con le pentole di casa e le relative comodità, un conto è farlo in birrificio. Non si nasce già birrai, magari si nasce homebrewer...questo sì.


Questa voglia di spaccare il mondo avendo un solo martellino si scontra con diverse criticità di varia natura: la scelta di una giusta distribuzione e di giusti canali, la difficoltà di riprodurre la stessa ricetta che in homebrewing ha dato soddisfazioni e che diventa complicato portare su un impianto professionale, il minore margine di guadagno rispetto alle birre brassate da chi possiede un impianto e magari quella buffa incoerenza del dover sostenere di essere autori della propria birra quando invece molti aspetti sono imputabili al titolare del birrificio.

In alcuni casi, addirittura, le beer firm partoriscono esclusivamente o in buona parte birre one-shot, e con la "scusa" di voler proporre al pubblico un prodotto sempre nuovo e mai uguale a quello precedente, ritengono addirittura non prioritario concentrarsi su una ricetta per migliorarla sempre più, magari nella presunzione di aver già portato a termine la missione di proporre quello stile di birra, o più semplicemente con la convinzione di aver fatto comunque un buon lavoro, perchè trattasi della propria, sacrosanta ed intoccabile birra. Guai a contestarlo loro.

In questo mercato che conta così tanti affamati, così tanti ma ancor pochi assetati di vera birra artigianale, perchè buttarsi per la sola gloria senza portare avanti la tanto abusata "cultura" birraria che invece ci si vanta di divulgare con questa mera opera di contoterzismo?

Pazzia per pazzia, a questo punto reputerei più nobile chi (potendo economicamente...sia chiaro) mette su un birrificio con l'intento di lavorarci su e costruire qualità pezzo per pezzo che chi "surfa" sull'onda dell'artigianale come mero prodotto alternativo e di nicchia per sfilare euro a chi, incuriosito dall'insano progetto, o se la beve (in entrambi i sensi), o dopo aver bevuto quella ciofeca una volta non la beve più. E si riapre la caccia al bacucco di turno.
D'altra parte, invece, è ovvio che qualora si presenti un'occasione perfetta in cui si viene richiesti a ricoprire un ruolo di birraio all'interno di un birrificio, ci sia meno da pensare se buttarsi nella mischia o meno...ma ahimè sono situazioni decisamente rare.

C'è gente che fa birre fantastiche da una vita senza sentire il peso del non essere birraio, del non appartenere al magico gruppo dei piccoli chimici che hanno l'arduo compito di giocare con quei quattro ingredienti.

Sbaglia chi considera l'homebrewing una pratica di passaggio, si può anche essere homebrewer per sempre e senza soffrire un complesso di inferiorità rispetto ai professionisti.
Di sicuro è meno impegnativo, ma è anche più coerente e più rispettoso del mondo della birra. Soprattutto se serve ad evitare lo sputtanamento del prodotto di cui fino al giorno precedente ci si prendeva cura e che una beer firm non sempre continua a curare.
L'homebrewing non è semplicemente anticamera del professionismo, è esso stesso parte fondamentale del movimento.

Poi, è chiaro...ognuno della sua vita può fare quello che vuole, non giudico mica le persone ma la tendenza in sè.
Come appendice consiglio questo e questo link, ed ovviamente raccoglierei volentieri altri punti di vista a riguardo.

Viva Bertinotti & Faraggi ed il loro esempio silenzioso!

Cheers!

2 commenti:

  1. Il proliferare del contoterzismo è indicatore chiaro dello stato dei birrifici italiani.
    Aprono come se glielo avesse chiesto il medico, non sanno a chi vendere la birra, producono poco, non stanno in piedi ed elemosinano soldi certi e freschi alle beerfirm.
    E' un sistema malato da entrambi i lati: birrifici e contoterzisti.
    Secondo me finirà presto, come si dice...la bolla scoppierà.

    Pino S.

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    1. Ciao Pino, sappi che concordo in pieno. Credo che i contoterzisti ci guadagnino all'istante ma gli si erode una fetta di mercato che proprio quella beer firm va a mangiare...non so fino a che punto convenga ai birrifici se gli si viene oscurata la visibilità in questo modo.
      Staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi anni...temo davvero sia una bolla.

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