lunedì 1 settembre 2014

Amsterdam parte II: Brouwerij 't IJ e Brouwerij De Prael, luci (rosse) e ombre

L'indomani è il turno dei due brewpub di Amsterdam. Chiaramente solo dopo essermi goduto bellezze museali e paesaggistiche della città e dei suoi dintorni.


Prima tappa è Brouwerij 't IJ, grande punto di ritrovo della gioventù della città sovrastato da uno degli ultimi mulini a vento rimasti in piedi ad Amsterdam, il che rende questo brewpub un insieme di attrazione turistica e birraria. Ricordo di aver visto per la prima volta questo birrificio in uno dei celebri documentari di Michael Jackson in cui racconta la scena dei birrifici trappisti e di qualche focolaio di rinascita in Olanda, di cui questo birrificio è uno dei pionieri. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria, eccolo servito al minuto 12:47 (con sottotitoli in italiano).

Avrete sicuramente percepito la curiosità e, per certi versi, lo stupore di Michael Jackson nel trovare un piccolo birrificio che producesse birre ispirandosi a dubbel e tripel. Di sicuro questa scelta, oggi nel 2014, non ha più lo stesso effetto e sembra un'operazione di recupero assolutamente normale.
Questo la dice lunga su quei tempi, sui cambiamenti avvenuti da quegli anni.

Il birrificio 't IJ (vuol dire anche "uovo di struzzo", vedi logo) apre i battenti nel in 1985 insieme ad altri piccoli birrifici olandesi in risposta alle birre commerciali.

Il fondatore Kasper Peterson, che nell'intervista precedente racconta di come ha messo su questo birrificio, non è dunque l'ultimo arrivato nel cavalcare l'onda craft ma sta giungendo col suo birrificio a ridosso dei 30 anni di attività con una produzione annuale di ben 13.000 hl...decisamente molti.


Sotto questo antico mulino chiamato De Gooyer, un tempo c'era un ingresso per bagnanti sull'IJ. Questo IJ non è nè un fiume, nè un corso d'acqua ma un lago. O meglio lo era in origine, prima delle straordinarie opere di ingegneria olandese che nei secoli hanno modellato l'intera geografia. Consiglio di leggerne di più sulla pagina Wikipedia. Ad ogni modo, è davvero simbolico questo mulino sopra al birrificio perchè unisce la tipicità olandese ad una storia ormai trentennale, legittimando ormai completamente questo luogo nel tessuto della città. Tessuto anche sociale, dato che appena arrivo nel pieno del pomeriggio sia il biergarten che gli spazi interni sono strapieni di gente giovanissima intenta e bere. Sono addirittura costretto a fare una lunga coda per ordinare le prime birre. Ed un'altra per ordinare da una curiosa finestrella laterale un paio di snack, il massimo che la casa fornisce per accompagnare le birre.


Sul lungo bancone a "L", ricavato su due lati della pianta rettangolare per far spazio al centro alla sala cottura ed al birrificio vero e proprio, le postazioni con spillatori sono tre, ciascuna con sei vie, mentre l'offerta birraria si aggira sulla decina di prodotti alla spina e qualcuno in bottiglia.
Comincio con la Plzen, chiaro tentativo di avvicinarsi alle pils ceche anche se è dichiaratamente una alta fermentazione. Devo dire che non si tratta di un'operazione riuscita male, dato che secchezza e tocco erbaceo ci sono eccome. Manca certamente quella pulizia dei malti e del lievito, ma la birra è piacevole.


Passo di seguito a Natte, tripel con molti aromi fruttati seppur non di quella frutta matura esplosiva dei migliori esempi. Il corpo è anche qui molto leggero come nella birra precedente, ma anche stavolta la birra si beve senza pretese nè difficoltà.

Viro su una birra in bottiglia, la Flink, una belgian ale. Anche qua la scelta di mantenere le birre con poco corpo e molto scorrevoli risulta evidentissima: si avverte qualche timidissimo fruttato ed un carattere maltato nascosto. Le idee ci sono tutte, ma mancano dei tasselli. Nonostante ciò, sarà un po' l'atmosfera ed un po' il veloce consumo, ma queste proposte semplici funzionano tra i giovani consumatori ed un po' anche su me. Ho bevuto birre di ispirazione belga decisamente migliori, tuttavia queste non mi dispiacciono più di tanto.


Concludo con una Zatte, dubbel della casa che con la Natte era oggetto dell'intervista. L'ho trovata monocorde, prevedibile, nonostante qui il corpo finalmente dà cenni di vita. Questa timidezza è figlia di quella semplicità appena descritta, ma mi accontento di queste per il momento: forse insieme alla Plzen è stata la migliore bevuta.

Lasciato 't IJ, situato in una zona di un paio di chilometri ad est della stazione centrale e del cuore pulsante di Amsterdam, torniamo nelle strette vie del centro per concludere serata e soggiorno dalla Brouwerij De Prael.
La birreria e birrificio si distribuiscono su più livelli in un edificio incastrato nelle stradine del centro e si tratterebbe di una ex casa d'aste di Amsterdam. Questa era anche è una delle parti più antiche della città dove già intorno al 1300 sorgevano le prime birrerie della città. In realtà è in attività dal 2002 ma qui al centro della città solo dal 2008.


Come riporta Dutch Beer Pages, un blog che mi ha aiutato molto a reperire informazioni in questo periodo, l'obiettivo dei due fondatori di De Prael (che starebbe per "lo splendore"), Fer Kok e Arno Kooy, provenienti dall'homebrewing, non era solo quello di aprire un birrificio e pub, ma anche quello di impiegare personale con handicap psichico essendo loro stessi, nella precedente professione, impiegati in un centro psichiatrico.
La produzione fino a qualche anno fa si aggirava sui 500hl, ma presumo sia via via aumentata. Mi chiedevo quale fosse il filo rosso che legava i nome delle birre, e scopro che si ispirano a noti cantanti folk di Amsterdam che non dicono nulla a chi non è pratico della città ma pare rappresentino molto per un olandese medio.


Delle birre mi incuriosiscono alcuni tentativi di imitazione di particolari stili tedeschi come dortmunder e le stesse alt e kolsch bevute qualche giorno prima proprio in loco. Non ho saputo resistere alla tentazione di berle e, in un certo senso, metterle alla prova.
Purtroppo la vicinanza con i rispettivi esempi è molto poca: la Johnny sarebbe una kölsch, ha un leggerissimo fruttato ma per il resto va fuori strada, apparendo quasi come una APA mal riuscita.
La Johnny VK idem, ha malti caramellati per provare ad avvicinarsi alle alt ma anche dal colore chiaro si avverte che la strada da fare è molta e l'interpretazione non solo non è valida ma neanche originale.
Peccato. Cerco di andare su altri territori ordinando la ZW Riek, una sweet stout, ma è parecchio acidula e non per via dei tostati, con una schiuma evanescente. Purtroppo non ha una buona bevibilità, nè come sweet stout nè semplicemente come stout.


Se tra i due devo esprimere la mia preferenza, scelgo decisamente t'IJ per atmosfera ed un minimo di audacia, mentre purtroppo De Prael non riesce a toccare la sufficienza e mi ricorda un po' quel sottobosco di birrifici, anche italiani, che puntano in alto ma hanno lacune alle basi.
Da sottolineare i prezzi abbordabilissimi in entrambi i brewpub, aspetto da tenere sempre in considerazione.
Non sono esattamente le birre di punta che si possono bere in questa città, dato che mi è parso che da In De Wildeman e Arendsnest sicuramente si rischia pochissimo la "fregatura".

La scena birraria olandese è ancora agli inizi, c'è tempo di migliorare!
Con Maastricht chiuderò questo lunghissimo tour birrario.

Cheers!

2 commenti:

  1. Davvero interessante :)
    Peccato tu non abbia fatto un salto da Troost, brewpub di recentissima apertura. I proprietari sono tanto gentili e le birre puntano in alto.
    Il cuore comunque va sempre alla 'T IJ.
    De Prael..non lo consiglierei. Il progetto aveva basi solide ed eticamente sostenibili però da un punto di vista qualitativo, si può bere di meglio altrove.

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    1. Peccato, sono passato nelle vicinanze ma Troost è un nome che proprio non avevo tra le segnalazioni, sarà per la prossima! ;)

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