lunedì 1 febbraio 2016

Praga: ricche bevute tra vecchie e nuove birrerie

Ci sono stato qualche anno fa e non mi dispiaceva affatto tornarci.
Praga mi si presenta ad inizio ottobre con temperature che non ho trovato neppure quando ci sono stato a luglio.
Ho avuto meno di 24h per farmi qualche giro, ma ho sfruttato al massimo questo tempo conoscendo già la città dal punto di vista turistico e non esigendo, quindi, di chissà quali deviazioni dalle mete centrali.


Ho inserito qualche locale in più in questo scatenato pub crawl ceco, e così ho avuto modo di aggiornarmi rispetto a ciò che ho bevuto nella scorsa visita.


Arrivo in mattinata, scarico tutto in hotel e parto. La prima tappa è quasi periferica, o meglio, è al di fuori del centro turistico ma ancora in città. Mi dirigo verso Vinohradský Pivovar, un brewpub partito nel 2013.

Anomalo già dalla locazione, riserva una relativa tranquillità verso l'ora di pranzo, con panche disposte comode ai lati di un locale con volta bassa, attiguo ad un altro locale posto a livello inferiore, dove avviene la produzione.
Il birrificio fu fondato nel 1893, quando la zona di Vinohrady ancora non apparteneva a Praga. La sede era un imponente edificio in stile industriale, con un grande giardino adiacente. La prima birra è stato prodotta già nel 1894 e la produzione comprendeva birre in stili cechi.
Negli anni Venti si trovò affiancata da studi cinematografici, ma la popolarità della zona ebbe breve durata. Durante la guerra, la produzione cessò. La birreria fu nazionalizzata in base al decreto presidenziale all'inizio del 1946 e non fu più prodotta birra qui: l'edificio divenne la residenza dell'istituto di ricerca della birra e del malto.


Il birrificio viene portato a nuova vita da un gruppo di amici con qualche esperienza casalinga ma anche professionale. L'impianto da 25hl di fattura tedesca è a fiamma diretta, con fermentatori a vasca aperta e maturatori che, a quanto dichiarano, provengono da un'azienda di Bolzano.
La produzione è affidata a Franz Richter, reduce da un'esperienza al birrificio Unionsbräu di Monaco e da un percorso alla Doemens Academy, a cui segue una carriera presso i micro cechi Jihoměstský e U Bulovky, avendo realizzato più di 125 birre che portano la sua firma, nonostante si dichiari amante delle sole birre ceche e delle weizen bavaresi.
In questo posto pranzo e mangio discretamente bene, accompagnando con piacere due birre.
La prima è una pils ceca e dovrebbe portare il nome di Jedenactka 11°. E' una pils molto gustosa, con aroma di cereale evidente ed un bel luppolo erbaceo. Non ci sono particolari segni della presenza di caramello e di diacetile. Il corpo risulta medio e la birra scorre veloce, con una lieve cremosità ed un amaro moderato. Il mio bicchiere si svuota in un lampo.


La seconda birra è la Jantarová 13°: come è noto, spesso queste birre ceche recano il nome della categoria a cui la birra appartiene o del colore (in questo caso, "ambrata") ed i gradi Balling o Plato del mosto di partenza, motivo per cui sorrido quando ci si accanisce oltremodo contro la dicitura "Doppio Malto" sulle etichette italiane.
Apparterrebbe alla categoria delle Polotmavý, stile ceco equivalente alle Vienna e Märzen. Anche qui corpo veloce ma con un'ottima secchezza, indice di una buonissima fattura. Il caramello è accennato, ma non è affatto pesante o noioso, invece il luppolo è meno presente, forse proprio essendo una birra leggermente e maggiormente spostata verso il malto. Si sente però in maniera evidente una certa nota pepata, molto piacevole e sfiziosa.


Lascio il locale molto soddisfatto e mi dirigo ad un paio di fermate di metro di distanza da Beergeek. Locale di concezione moderna, in cui spicca un bancone con 30 vie a parete (quelle in cui il personale spilla dando le spalle, per intenderci) ed un grande assortimento.


La cosa più bella è la sala con tavoli dove una vetrina mostra a vista la sala del freddo, dove vengono conservati tutti i fusti, attaccati e non ancora attaccati, con date in bella evidenza. E' sicuramente un modo per mostrare, senza paura, la freschezza dei prodotti.


Fioccano molte americanate alla spina, e non sono venuto a Praga per questo. Mi butto su un'altra pils ceca prodotta dal micro Kynšperský Pivovar: la birra è la Kynšperský Zajíc Světlý Ležák 12°. Purtroppo stavolta mi va male, forse la birra era troppo giovane o ha subito una fermentazione non corretta o una lagerizzazione non sufficientemente lunga. Ho sensito solamente forte odore di zolfo e nulla più.
Il locale merita, ma personalmente non voglio rinchiudermi qui con tanto altro da bere lì fuori.


Mi dirigo verso la zona più centrale della città ed entro a U Medvídků, che l'altra volta avevo mancato. Bellissima per come appare questo antico brewpub, attivo dal 1466.
Come riporta il sito, la storia del palazzo U Medvídků (letteralmente, "degli orsetti") comincia all’inizio del Quattrocento. Il palazzo porta il nome dell’uno dei primi proprietari Jan Medvidek che nel 1466 fonda un birrificio che produrrà birra continuativamente fino al 1898.
Più tardi, tutti i proprietari dei birrifici in questa zona antica di Praga non riescono più a competere con le nuove fabbriche di birra e sono costretti a chiudere le piccole birrerie e ad aprire una birreria collettiva, la Měšťanský pivovar. L’ultimo birraio di U Medvídků, Karel Vendulák, diventa il suo primo direttore. La fabbrica viene modificata in uno dei più grandi pub di Praga. Negli anni ‘50 il locale viene sequestrato ai proprietari a favore dello Stato socialista senza compenso. Fino al 1989 il palazzo resta in uno stato di degrado e solo dopo la restituzione agli eredi degli originali proprietari, cominciano le ristrutturazioni durante le quali la birreria viene ampliata e costruito un albergo in stile.
La prima cotta, nei nuovi impianti da 250hl per una produzione annuale intorno a soli 300hl, avviene simbolicamente il 17 novembre 2004, cioè precisamente 15 anni dopo la “Rivoluzione di velluto”.
Le loro birre sono spesso presenti in bottiglia anche nello stesso locale, mentre alla spina sono un paio le loro birre presenti, ahimè accompagnate da Budweiser ed altre di poco pregio, il cui motivo sinceramente mi sfugge.


Neppure la lager di battaglia è quella loro, bensì una Budweiser, che mi trovo mestamente nel bicchiere non sapendo a cosa stessi andando incontro.
Provo allora ad andare sulla bottiglia di una birra, una delle tante passate in legno che non abbia subito precedenti passaggi, tipologia per cui il birrificio è noto.
Purtroppo ne becco proprio una che non va, è la Oldgott Barique Ležak 13°. Solvente, vernice, whisky di scarsissima qualità, ciliegia sotto spirito ed etilico. Imbevibile.
Abbandono con molto dispiacere il bellissimo locale, dove la gente ride, scherza, beve e fuma tranquillamente senza divieti. Scene che non si vedono più, per fortuna o purtroppo.


Un'altro posto che mi ero perso e che ora recupero è U Tří růží (letteralmente, "le tre rose", proprio quelle presenti nel logo. In realtà è un birrificio con sede poco distante in un monastero dell'Ordine Domenicano, da cui dicono di aver ereditato una tradizione birraria antica e che comincerebbe dal 1405 quando fu conferita una licenza Benešgained. L'attuale birraio, Robert Maňák, proviene da esperienza casalinghe, corroborate da una carriera accademica presso České Budějovice ed un'esperienza in un altro birrificio praghese, Strahov Pivovar, dove ho bevuto nel precedente viaggio, e produce intorno ai 1500hl annui.


La pils Světlý Ležák, però, non si presenta così come questo bel bigliettino da visita suggerisce: è tanto il diacetile che sento, la sensazione di caramello burroso è proprio netta. Anche per questo la birra risulta particolarmente rotonda, ma purtroppo alla lunga diventa quasi impossibile da bere.


Fortuna che si riscatta, e alla grande, con la Tmavý Ležák. Parliamo, appunto, di tmavy, birre scure quasi analoghe alle tedesche schwarz, ma in sostanza differendo per materie prime ceche che imprimono un carattere più esuberante a questa lager scura. Davvero molto buona, pulitissima con un leggero caffè in polvere tra gli aromi ed anche in bocca. Rapida ma morbida, soffice, molto poco amara e piacevolissima.


A due passi si trova un altro tempio, quello della "tigre dorata" U Zlatého Tygra. E' un posto primordiale, fatto di gente che va e che viene, che si siede al tavolo dove gli pare e piace ed attacca a parlare con chiunque capiti a tiro, frequentato da praghesi e da turisti che inspiegabilmente là non si evitano ma convivono e quasi si cercano scambiandosi esperienze di vita con il suono argentino dei boccali che si toccano per brindare.


Qui si spilla solo Pilsner Urquell, ma come già detto nel post di Plzen si tratta di una versione semplicemente non pastorizzata (quindi solo filtrata) o della versione in tank (probabilmente sia filtrata che pastorizzata ma senza processi di lavorazione propri dell'imbottigliamento), birre che si trovano in tutta la Repubblica Ceca.


Qui si beve, quindi, una di queste due versioni. Trovo conferme anche dal racconto del signor Anton, praghese che viene ogni giorno a farsi una birra qua prima di rincasare, e che mi ritrovo al tavolo insieme a due giapponesi con cui ci si lascia andare in chiacchiere. Mi diceva, infatti, che il locale ha proprio dei grandi tank nei sotterranei.
Ad ogni modo, la birra mi è piaciuta parecchio, più di quella bevuta al Na Parkànu in cui ho avvertito molto presente il diacetile.
Si conferma un luogo in cui non bisogna mancare la visita.


Sta quasi per calare il sole e riesco ad arrivare con le mie gambe (magari a quelcuno sembrerà strano, vista la quantità di birra bevuta in poco tempo) all'ultima tappa programmatami: U Fleků.
Troppo turistico l'impatto fin da subito, sia sulla soglia che dentro tra i tavoli. Anche la birra purtroppo mi delude. Mi vedo costretto a rivalutare il ricordo della visita degli anni precedenti, quando scoprii per la prima volta questa tipologia di birra delle tmavy.


L'impressione avuta stavolta di questa Flekovský Tmavý è quella di un blando sapore di cioccolato al latte, senza alcuna profondità nè sfumatura che ne arricchisse il carattere. È stato quasi traumatico perchè era una sorta di certezza nel mio immaginario, ma per fortuna ho potuto bere di meglio e rispetto a quella di U Tří růží, questa tmavy non è nulla di particolare. Magari si è anche evoluto il mio palato e semplicemente mi sono accorto ora di qualcosa che anni fa non riuscivo a cogliere.


Dopo il salto da Beergeek, rincaso in hotel causa la levataccia che mi aspetta per il ritorno in Italia.
Tornare a Praga non è stata affatto una cattiva idea. Ho potuto completare una panoramica della città e contemporaneamente confrontarmi con i miei stessi assaggi di qualche anno fa. Riuscire a trovare una città calda ed assolata ha poi fatto il resto, incastonando anche questa giornata nei miei ricordi.
Come se di meraviglie, birrarie e turistiche, in questo mese di esperienze non ne avessi incontrate per niente.


Torno a casa, torno a pagare tanto per una buona birra...sperando sempre che lo sia.

Cheers!

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