lunedì 27 marzo 2017

In de Vrede, i tre prodigi di Westvleteren

In de Vrede è tappa obbligata se si è nelle zone di Poperinge, verso i confini occidentali con la Francia.
La domenica mattina alle ore 10 il locale, attiguo all'abbazia di St. Sixtus, è già aperto.
L'abbazia appare in lontananza quasi moderna ed austera, a pochi passi da questo luogo tempio delle birre che vanno sotto lo stesso nome della località dove è ubicato, ovvero Westvleteren, area ovest dell'abitato di Vleteren.


La loro storia parte da lontano, con dei monaci provenienti dall'abbazia di Mont de Cats (quella sorta di beer firm dei trappisti) che fondano l'abbazia ed iniziano a produrre birra nel 1839, aprendo poi nel 1871 la vendita all'esterno.
I fermentatori in legno a vasca aperta vengono sostituiti con quelli in acciaio (ancora a vasca aperta) nel 1968, mentre nel 1989 si passa all'acciaio anche per l'impianto di produzione, abbandonando il rame.


St. Sixtus possedeva anche bar e cafè dove serviva le proprie birre, ma dopo la Prima Guerra Mondiale l'abate volle un minore impatto e disturbo di questa attività sulla vita dei monaci. L'abbazia, quindi, vendette tutti i cafè ad eccezione di quello dall'altra parte della strada (questo ed altro ancora si legge su Brew like a Monk di Stan Hieronymus).


In de Vrede sta a simboleggiare un luogo immerso nella pace, isolato e che induce riflessione e raccoglimento. Sensazioni vere solo in parte, finchè non si entra e si scopre un posto sì bello e curato, però anche molto moderno ed in parte freddo, complice anche una musica dance poco in clima.
Al di là di questi fattori ambientali, la visita vale la pena esclusivamente per passare in rassegna le tre birre dell'abbazia trappista.

Rigorosamente in ordine, bisogna partire dalla Blond, e la giornata prende subito un'ottima piega.
Colore giallo dorato scarico, lucente, con una bella schiuma dalle bollicine medie con una vispa carbonazione.
Gli aromi iniziali sono davvero da brivido: crosta di pane, leggero mielato e soprattutto un bell'aroma di pepe bianco e coriandolo.
Si resterebbe ore a coglierne le fragranze, ma è bevendola che si resta ancora più soddisfatti. Un taglio citrico molto elegante, poi ancora questo leggero cereale e per finire il colpo di classe secco, chiudendo in una rapida dissolvenza ancora speziata la grazia racchiusa nel singolo sorso.
Belle anche le tracce del luppolo, il cui contributo erbaceo e speziato arricchisce aroma e retrolfatto, oltre a dare ancora uno slancio terroso al finale.


È una birra che esiste solo dal 1999 e che andò a sopprimere le altre due precedenti birre (Westvleteren 4, dubbel, e la vecchia Westvleteren 6, una birra speciale, immagino con aggiunta di spezie) che venivano consumate abitualmente all'interno del monastero.
È un po' il copione di altre birre simili, come la Chimay Dorèe (da qualche anno presente in bottiglia e diffusa) e la Petit Orval (questa non ancora presente in bottiglia, ma solo servita al locale À l'Ange Gardien, di fronte a quell'altra abbazia).
L'avevo assaggiata in bottiglia ma chissà con quanti mesi di trasporto e quanti sbalzi di temperatura, e la trovai molto degradata.
Ma qui la Blond è fenomenale e pur sapendo che è solo mattina ed ho altre due birre impegnative all'orizzonte, non riesco a non bissarla.
È un'esperienza davvero fantastica ed illuminante, più di quello che immaginavo (sulle Blond ho già detto molto in passato), soprattutto per l'armonia, la complessità ed infine la facilità che contemporaneamente esprime. Merito sicuramente del lievito, che regala quelle speziature da vera favola.


Tanta è la curiosità anche per la 8, incatalogabile con stili o etichette dato che la descrivono come Extra (abitudine comune, dato che esistono extra anche di Westmalle ed Achel).
Anche qui, come nelle altre, si utilizzano luppoli locali della vicina Poperinge: a quanto pare se ne usano tre varietà e Stan Hieronymus su Brew like a Monk riporta Northern Brewer, Hallertau e Styrian Goldings.
Questa 8 sfugge dalla categoria delle dubbel, essendo molto più scura e carica gustativamente, ma non arriva agli esempi di Abt/Quadrupel/Belgian Dark Strong Ale, che dir si voglia, più articolati e profondi.
Per cui, mentre con la Blond si affonda a piene mani nelle radici delle classiche e perdute belgian blond, con la 8, nonostante sia una birra prodotta fin dal 1831, si spazia di più con la fantasia in cerca di riferimenti.


Gli aromi sono prepotenti anche qui: ancora una volta sembra netto il pepe, sicuramente sprigionato dall'azione del lievito, attorno a cui si aggrappano altri semplici aromi di cacao, fichi secchi, uva passa ed uvetta.
Uno spettro olfattivo molto ricco e ficcante, che si insinua senza chiedere permesso.
Anche in bocca tutto torna, con il cacao che sembra apparire con una veste amara, contrastando qualche malto speciale maggiormente carico di zuccheri.
Anche qui la velocità in bocca è spaventosa, complice anche la temperatura non eccessivamente calda (bene così) del servizio.
Non si avverte molto neppure il lato etilico, anche se chiaramente lo si paga a calice vuoto.
Una vera sorpresa per una birra che per nome si piazza all'ombra delle altre due grandi, ma che può senza dubbio dire la sua come e forse più della sua sorella maggiore.

Quest'ultima, la 12, è il colpo di grazia finale, bevuta a ridosso di mezzogiorno e con la soddisfazione e l'appagamento di aver già bevuto due ottime birre.
La temperatura di servizio è ancora una volta leggermente più fresca del dovuto (per intenderci, 9-10°C invece che una dozzina). Ma la birra non sembra soffrirne, esaltando il suo lato sbarazzino invece che i muscoli.
La spiegazione potrebbe stare nel fatto che si tratta di birre tutto sommato ancora fresche di produzione, con poca maturazione alle spalle rispetto a quelle che siamo abituati a bere, quando capita.
Ancora un naso prepotente di pepe bianco, marchio di fabbrica del lievito della casa che, a quanto pare, viene prelevato periodicamente dalla vicina abbazia di Westmalle, senza più utilizzare il proprio.


Il ceppo di St. Sixtus, però, continua a vivere nelle birre di un altra abbazia, quella di St. Bernardus, dato che un tempo erano questi ultimi a prelevare da St. Sixtus il lievito.
O meglio, erano le birre si St. Sixtus ad essere prodotte in parte presso St. Bernardus, e questo fino al 1992. Anno in cui la licenza non fu rinnovata e St. Bernardus cominciò a produrre le sue birre, a quanto pare prendendo l'ispirazione da quelle che producevano proprio per St. Sixtus.
Motivo per cui molti ritengono che il DNA della vera Westvleteren 12, più che essere presente nella attuale birra, sia da ricercare nella St. Bernardus Abt 12, altra grande birra.
Corpo pienissimo e boccata generosa, texture non molto cremosa ma sensazioni ricchissime, ancora di uvetta, caramello bruciato, pellame, tabacco e liquirizia. Il finale è caldo e soprattutto lungo nelle espressioni amare da tostati. Sconvolge ancora una volta la secchezza e la velocità, anche se qui complice è la freschezza come già preannunciato.

Non contenti, non abbiamo resistito dal prendere un cartone di 12: nonostante non avessimo potuto trasportarlo nel bagaglio in aereo, è stato un lusso poterne bere un'altra bottiglia nella hall dell'albergo a fine serata.


Sensazioni confermate, anche provando il servizio a temperatura maggiore e non ritrovando ulteriore complessità.
È una delle birre migliori del mondo, a patto che si abbia la cura di attendere i suoi giusti tempi.
Il vantaggio di non aver trovato la 12 all'apice della sua maturazione mi dà modo di sottolineare ulteriormente quanto eccellenti siano le altre due birre dell'abbazia trappista. Entrambe stellari, forse la Blond strappa il gradino più alto del podio per raffinatezza, eleganza e complessità.


E quando sono ormai satollo capisco davvero perchè lì, da In de Vrede, ci si ritrova completamente immersi nella pace, nella quiete e nella serenità. Dopo queste birre poi...

Cheers


6 commenti:

  1. Ciao Angelo,

    ci diresti i costi delle 3 birre in loco ??

    Guglielmo Rainaldi

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    1. Ciao Guglielmo.
      Se non ricordo male €3.7, €4.2 e €4.7 rispettivamente Blond, 8 e 12.

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  2. ciao Angelo,
    articolo davvero bello. Complimenti :D
    Una domanda: il cartone da 12 bottiglie era misto? E' stato necessario prenotarlo con anticipo o è bastato chiederlo al bar?
    Avevo letto sul sito di Westvleteren che fosse necessario prenotare le bottiglie ma forse solo nel caso della cassa in legno da ritirare rigorosamente con auto e con largo anticipo.
    Ciao,
    Ciro.

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    1. Ciao Ciro, grazie.
      Esatto, le birre e la cassetta possono essere ritirate in abbazia previa prenotazione telefonica fatta con un buon anticipo.
      Mentre allo spaccio di In de Vrede si può comprare solo ciò che è disponibile quel giorno e solo cartoni interi, senza composizione mista. Senza prenotazione abbiamo comprato un cartone da 6 WV12 a circa 25€ o giù di lì.

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    2. Grazie per la pronta ed esaustiva risposta.
      Più o meno da quello che ho capito dal sito dell'abbazia le condizioni, per chi è interessato a comprare la caratteristica cassa marchiata Westvleteren composta da 24 bottiglie (non so se è possibile la composizione mista), sono:
      andare rigorosamente in auto,
      comunicare telefonicamente e con largo anticipo (pare un mese almeno) il numero di targa dell'auto con cui si andrà a ritirare,
      non si può tornare a ritirare una nuova cassa con la stessa auto prima di alcuni mesi (mi pare 3).
      ps: però le bottiglie, acquistate in cassa, venivano a fare meno. Mi sembra circa 2.5 euro cadauna.

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    3. Sì, credo qualcosina in meno. Comunque siamo di molto sotto i prezzi con cui si trovano in Italia, purtroppo.

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