lunedì 15 maggio 2017

Pliny the Elder, Russian River

Il viaggio in USA è qualcosa da cui sto ancora cercando di riprendermi.
Dedicherò diversi post a città e birre incontrate.
Ma voglio cominciare dalla fine, e cioè dall'ultima birra americana bevuta, stappata ormai una volta ritornato.

È con un velo di romanticismo che riaprendo la valigia mi faccio convinto di aver portato a casa finalmente una birra che sembrava essere quasi irraggiungibile, ben prima dell'esplosione del "geekismo" e dei "trading" degli anni recenti.
La Pliny the Elder di Russian River era nei miei pensieri in ogni luogo in California dove ci fosse birra, ma la sua reperibilità è molto bassa. Innanzitutto per una scelta alla fonte, non credo semplicemente per conservarne il blasone. Quello che è certo è che la fedeltà alla promessa di metterla in commercio fresca, con pochissime settimane di vita alle spalle, impone non solo l'impossibilità di esportarla, ma anche quella di distribuirla in un raggio molto stretto, che molto spesso non copre neppure tutta la California per intero.



Non ho avuto modo di avere piena autonomia durante il viaggio, non ho potuto quindi recarmi nè a Santa Rosa nè in tutt i i più grandi birrifici. Ma l'ho trovata a San Diego, entrando nel favoloso Best Damn Beer Shop. Curiosissimo tempio che però spunta all'interno di un market nel cuore della città, dove tra un paio di corsie si nasconde il meglio della scena non solo californiana ma americana tout court. Nel marasma di etichette, six pack e prezzi decisamente abbordabili, di fronte allo spettro di poter passare ore davanti agli scaffali nell'indecisione su cosa portare in valigia, decido che se avessi trovato la Pliny the Elder sarebbe stata quella l'unica a meritarsi in viaggio in Italia. Ma non vedo birre di Russian River da nessuna parte, e mi sembra anche strano. Chiedo ad un responsabile, che dice di poter controllare se dispone di qualcosa in magazzino.
Viene fuori, ed ha in mano proprio lei. La prendo, anzi ne prendo due, massimizzando le mie possibilità, dato che mi impone un massimo di una birra a testa e siamo in due.
Imbottigliata 4 settimane prima. Costo intorno ai 6.00 $. E di colpo mi sento un re.
Scartata dall'imbottitura artigianalmente ricavata in valigia, finisce in frigo per qualche giorno, giusto il tempo di farla calmare e di trovare del tempo per condividerla con appassionati "hop addicted".


È una birra che parla da sola, che ha fatto scuola e che è stata tra le prime Double IPA "West Coast style"in circolazione. Vinnie Cilurzo la lancia ufficialmente nel 2000 in occasione del primo festival di sempre sulle Double IPA. Aveva lavorato per 4 anni a Temecula presso il birrificio Blind Pig, dal 1994 in poi, ma trasferendosi finisce a Santa Rosa dove comincia a lavorare per Russian River, di proprietà dei vignaioli Korbel, che gli venderanno l'attività solo nel 2003. L'esperienza sulla Blind Pig IPA, con 6,5%alc. e circa 90 IBU, pare gli sia stata fondamentale per passare poi alla Blind Pig Inaugural Ale, riconosciuta come la prima vera Double IPA.
Queste le parole di Vinnie Cilurzo in un'intervista per il periodico Movimentobirra nel febbraio 2010 (pagg. 13-15):

Prima della Pliny The Elder ho fatto nel 1994 una birra chiamata “Inaugural Ale” al birrificio Blind Pig Brewing Company. È stata la mia prima birra ad essere commercializzata e molti dicono che sia la prima Double IPA mai prodotta. Non sono sicuro se questo sia vero o no e in realtà non ha importanza.
Quello che è importante è che quando ho fatto la birra avevo un piccolo impianto di cui mi potevo fidare e, ancora più importante, avevamo dei fermentatori in plastica di cui invece non mi fidavo molto, così presi la ricetta di quella che sarebbe diventata la nostra IPA e raddoppiai il luppolo aumentando anche un po’ il quantitativo di malto. Pensai che se qualcosa fosse andato storto il luppolo avrebbe aiutato a coprire eventuali difetti. La birra uscì benissimo e negli anni successivi producevamo una Double IPA come la nostra birra anniversario. Dopo aver lasciato la Blind Pig (ho
venduto la mia quota), Natalie ed io ci siamo trasferiti nella California del nord dove la Korbel Winery aveva avviato un birrificio. Mi assunsero per gestire il birrificio e fare la birra. Un paio di anni dopo, un locale della zona chiamato “The Bistro”, ad Hayward, California, organizzò il primo Double IPA Festival e Vic, il proprietario, mi chiese di produrre una birra per l’evento. È così che la Pliny The Elder, la birra in questione, è nata. 



Il nome ci è venuto in mente una notte mentre la birra stava fermentando. Volevamo un nome che in qualche modo avesse vita propria e, ragazzi, è proprio quello che è successo! La birra in sé è nel complesso la stessa di allora. Il maggior cambiamento negli anni è stato nel modo d’uso degli estratti di luppolo, usati per l’amaro e per dare un certo sapore, ma non per l’aroma. L’aroma è dato dal luppolo vero (pellets). Credo che la birra si sia raffinata nel corso degli anni e nel corso delle continue produzioni ed infatti adesso rappresenta più del 50% della nostra produzione. Sono felice di affermare che dei 12.000 hl di produzione annua, la metà sono di Double IPA.

Poco da aggiungere, se non le ragioni del nome per completezza, dato che Plinio il Vecchio fu colui che descrisse nel I secolo a.C. nel suo "De rerum natura" questa pianta come "Lupus salicarium", ovvero "lupo dei salici" per la sua capacità di rampicante di attaccarsi sopra ai salici come un lupo attacca un gregge di pecore. Il filone avrà un seguito, dato che nel 2005 viene prodotta la Pliny the Younger, una Triple IPA che forse ha avuto un po' meno fortuna.


Credo di aver creato molta attesa prima di descrivere questa birra.
Che come tutte le migliori, invece, ha bisogno di pochissime parole per essere raccontata.
Schiuma bianca, pannosa, che si attacca al bicchiere, con grana delle bolle decisamente piccola. La birra appare di color oro carico con leggere sfumature di ambra chiara.
Le fragranze sono intense, dirette, senza mezze misure nè sporche o ambigue.
Frutta a polpa gialla come pesca e percoca, un tocco di resine gentili, ma anche una componente di agrumato con l'arancia e mandarino. Stupisce sicuramente la freschezza, la capacità dell'aroma di entrare deciso nel naso e farsi sentire, in maniera tra l'altro scoppiettante.
In bocca c'è il vero colpo di teatro. La carbonazione è medio-bassa e permette di apprezzare molto bene tuto: l'entrata ha un qualcosa di mielato, leggero e fugace. Una mano dolce che, nel momento della carezza, già prepara uno schiaffetto sull'altra guancia, con l'arrivo del carico di frutta a polpa gialla sopra descritto. L'amaro è lieve, o meglio, tale lo si percepisce solo per il bilanciamento perfettamente architettato con questa parte maltata soffice. D'altra parte, però, la velocità con cui sfugge in bocca per merito della secchezza è alquanto impressionante, e ci si ritrova a dare sorsate improvvise, godendo con la bocca e piangendo con gli occhi per il livello del bicchiere che drammaticamente cala progressivamente.


Unica e piccolissima potrebbe essere l'imperfezione avvertita, e cioè proprio quella sensazione vegetale che poi ho scoperto di poter collegare a quell'uso di estratto di luppolo, il cui uso è raccontato anche nel libro "For the love of hops" di Stan Hieronymus proprio come espediente per risolvere questo piccolo problema (in foto la versione italiana).
Cetriolo, linfa, piselli primavera. Niente di sconvolgente o che cancelli le belle parole sincere appena spese, ma magari un segno meno rispetto alla perfezione assoluta (che, confesso, ho toccato bevendo in California e che racconterò). Fa effetto pensare che con degli estratti di luppolo si possa realizzare una super birra la cui peculiarità sia la freschezza, ma evidentemente maneggiare il luppolo in questa forma non è nè difficile nè contropruducente.

La ricetta è nota ed i luppoli utilizzati sono Simcoe, Centennial, Amarillo e Columbus. La raccomandazione è quella di berla a tutti i costi fresca, ed è bello come questo sia indicato a chiare lettere in etichetta. E fin da sempre, a differenza di contesti nostrani dove il concetto è arrivato solo da pochi anni (sempre che sia arrivato a tutti).


Si fa fatica a raccontare questa birra senza poterla bere un'altra volta e senza neppure la lontana ipotesi che ricapiti, a meno di tornare in carne ed ossa sul suolo californiano. Mi rimetto mestamente ad un aforisma consolatorio che recita 'Tis better to have loved and lost than never to have loved at all.

Tornerò sull'argomento West Coast IPA, sento ti avere molto da dire sullo stile dopo averne bevuto diversi esempi.
Ma questa birra meritava un palcoscenico tutto per sè.

Cheers!

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