lunedì 17 luglio 2017

San Diego, caccia al tesoro West Coast IPA
tra Stone, Monkey Paw e Pizza Port Ocean Beach

San Diego è una di quelle mete che ho fortemente voluto raggiungere.
Dopo aver rimandato questo viaggio di quasi un anno, ho pensato di approfittare di questa nuova occasione per fare un cambio di programma, aggiungendo questa città al mio itinerario.
Chiaramente lo scopo è prettamente birrario, ma non solo. Mare ed atmosfera messicana non sono affatto male qui, a poco più di 20 km dalla frontiera e dalla città di Tijuana.
Le destinazioni in tema di craft beer sono numerosissime. Non si contano pub e brewpub, birrifici in qualsiasi angolo dell'area cittadina.
I più promettenti si trovano molto lontano dal centro, ovviamente.
Ma qualcosa di notevole, se si va a scovarlo, sbuca sempre.



Quando si parla di San Diego uno dei nomi più blasonati è sicuramente quello di Stone.
Il birrificio è il Word Bistro & Garden e si trova fisicamente nella zona nord della città, nei pressi dell'aeroporto.
Io ho preferito, avendo a disposizione una prima mezza giornata, recarmi presso la loro Stone Tap Room, in pieno centro.


Ambiente molto accogliente, con un bellissimo bancone e qualcosa come 20 spine.
L'intenzione, andandoci, era quella di valutare quanto davvero fossero buone o meno buone queste birre, ormai prodotte anche in Europa a Berlino, ma dalla qualità altalenante.
Bevo la Tangerine Express IPA, birra prodotta con polpa di mandarino e pompelmo. E di colpo scompaiono molti dubbi.


Birra eccellente, con un grande apporto agrumato sicuramente fornito anche dai luppoli (Citra, Centennial, Sterling, Azacca e Mosaic), dove gli agrumi utilizzati mostrano davvero un gran bel carattere.
Secca in bocca, ricca di resine ed oli e davvero impossibile da non tracannare. A livello di West Cost IPA, sicuramente, dove il frutto aggiunge ulteriore profondità e complessità agli aromi.
Vorrei testare tante birre, ma mi limito a bere qualcosa a campione. Per esempio, vado sulla Imperial Russian Stout, versione 2016 anche se sarebbe disponibile anche l'annata precedente.
Grandissima profondità, tostati in tutte le sfumature possibili, tratti vinosi ed una complessità davvero elevata.

Non avevo dubbi che a livello locale questo birrificio fosse uno dei migliori, il problema è provare ad affermare questo anche quando ci si ritrovano dei cadaveri in bottiglia ed in lattina, che siano provenienti da San Diego o da Berlino.
È un vero peccato che abbiano dilapidato tutto il lavoro di questi anni per qualche scelta sbagliata di distribuzione: chissà se riuscirò a trovare in questo stato le loro birre anche nei nostri pub.


Cerco un altro pub dove passare la serata. Tra le varie opzioni, scelgo il pub The Monkey Paw.
Si tratta di un locale dove metà delle 30 vie sono riservate alle birre prodotte in questo brewpub, di cui moltissime sono collaboration realizzate con tanti birrifici blasonati.


Nell'altra metà si trova di tutto, ed è lì che voglio andare a cercare qualcosa di interessante.
Ovviamente cerco di bere birre quanto meno californiane, non necessariamente indice di freschezza e qualità dato che i produttori sono tantissimi e la California è molto estesa.


Bevo la Hell or High Watermelon del birrificio 21st Amendment, birrificio di San Francisco il cui nome è ispirato all'emendamento che segnò la fine del proibizionismo americano. Parliamo di una birra di frumento, una fruit beer in quanto realizzata anche con utilizzo di anguria. Il sapore non è dei migliori, mostrando oltre a sensazioni acidule del frumento, un aroma quasi artificioso che mi rimanda a quelle vodke anni 90 aromatizzate ai vari gusti. Non una grande birra, sicuramente. Peccato.


Niente male, invece, la Alpha Galactic di Beachwood BBQ & Brewing. Il birrificio di Long Island, area a sud di Los Angeles, sforna questa bella APA con gli interessantissimi luppoli Amarillo, Simcoe, Galaxy e Warrior. Molto attuale per via degli aromi tropicali e decisamente scorrevole.
Non bevo altro qui ma il locale merita, nonostante la zona di San Diego non sia il massimo.
Bellissima la tap list sia per quel che riguarda il bancone che la lista delle birre.

Ma il vero nirvana luppolato l'ho raggiunto ad Ocean Beach, abitato a nord del centro di San Diego molto amato da surfisti e giovani. Stupendo ambiente immerso tra scogli, spiagge e pontili, dove anche la più piccola onda diventa occasione per vivere l'oceano.


A qualche strada di distanza dalla spiaggia c'è Pizza Port Ocean Beach, uno dei brewpub che Gina e Vince Marsaglia hanno aperto. La loro avventura parte nel 1987 quando la coppia acquista un chioschetto per vendere pizza a Solana Beach, mentre l'homebrewing di Vince prende sempre più piede fino a quando nel 1992 il locale diventa brewpub. Nel 1997 segue una seconda sede a Carlsbad, mentre nel 2003 tocca a San Clemente. Sempre qui nel 2008 nasce anche un beer shop, invece è nel 2010 che arriva l'apertura di Ocean Beach.


Quello che sorprende è il modello produttivo messo in piedi. Questo gruppo di brewpub, con produzioni tutte diverse tra di loro, vivono di vita propria nonostante siano tutti sotto il cappello dello stesso marchio. Alle spine, poi, compaiono non solo le produzioni degli altri brewpub gemelli ma anche di birrifici amici e di particolare qualità. Un approccio che in Italia non si è mai sviluppato, forse un parallelo si può fare con i locali Open Baladin, dove vengono ospitate tante birre di altri birrifici senza però la produzione Baladin in loco.


L'ambiente è stupendo. Tavole da surf ovunque, dall'insegna all'esterno al soffitto fino al bancone che ospita la bellezza di 40 vie.
L'ingresso è d'effetto, con il bancone che continua fino a fare da elemento separatore con il birrificio, a vista e senza alcuna vetrina (cosa che in Italia, per norme igieniche, credo non sia possibile). Il risultato è quello di potersi bere una birra a pochi centimetri dall'impianto di produzione (di soli 10 hl) e dai fermentatori.


Le birre sono tantissime, ma anche qui è d'obbligo andare sulle West Coast IPA.
Ne prendo due in parallelo. La prima è l'ammiraglia di casa, la The Jetty IPA, prodotta stabilmente durante tutto l'anno e che utilizza Simcoe e Chinook. Strepitosa: esotico e pinoso che spiccano con una freschezza al naso che raramente ho avvertito, che supera la sensazione avvertita da South Gate.
Incredibilmente snello, poi, il corpo: secco ma croccante e delicato, senza appesantimento maltato benchè meno caramellato. Il finale è amaro il giusto, lievemente resinoso ma senza sberle. La gasatura media e perfetta fa il resto, assieme alla temperatura fresca.
La birra è qualcosa di incredibilmente scorrevole e piange il cuore vedere il bicchiere che scende di livello inesorabilmente.


Altrettanto sbalorditiva è la The Apprentice del birrificio Societe, rampante realtà di San Diego che ha poco bisogno di presentazioni se si bazzica un minimo la scena californiana. Anche questa è deliziosa, fatico davvero a notare grosse differenze tra queste due birre che sembrano del tutto assimilabili. Qui non è dato saperne la luppolatura, ma ancora la parte resinosa ed esotica di pompelmo è prevalente e stupefacente.


La tentazione di bissare fa a gara con quella di assaggiare altri esempi. Assecondo quest'ultima e prendo la The Mig IPA. Questa è una di quelle prodotte a Carlsbad e vede una luppolatura ben diversa che prevede l'uso di CTZ (che sappiamo essere chiamato Columbus, Tomahawk o Zeus), Simcoe, Cascade e Centennial. Leggermente meno sostenuta come bevuta, ma ugualmente pulita ed intensa nei toni di resine ed agrumi. A distanza di tempo non svanisce quel ricordo di aromi ricchi, indice di freschezza e di qualità produttiva senza paragoni.


È qui a San Diego soprattutto che ho capito le peculiarità che hanno determinato il successo di queste West Coast IPA, e che si possono riassumere in pochi semplici punti: malti base poco presenti ma croccanti, secchezza molto elevata con uso di destrosio, combinazione di luppoli molto freschi che si muovo dal resinoso fino ad un morbido esotico, passando dall'agrumato, stellari ma senza eccessi o distrazioni eccessive ma molto focalizzate su un bouquet misto più che su singole sensazioni, senza contare la gioventù di servizio ed una carbonazione medio-bassa.

È stata una ulteriore epifania, di quelle che solo attraverso i viaggi birrari si possono avere.


Vivere questa esperienza americana e concentrarsi sulla realtà californiana è stato molto più che illuminante e gratificante, ma un vero e proprio tuffo in un mondo luppolato che, nonostante non partisse tra le mie preferenze principali, mi ha decisamente stupito ed in parte sconvolto.
Chiaramente birre così non ne avevo mai incontrate: solo quando le ho avute sotto il naso ho potuto capire meglio ed apprezzarle come meritano.

I racconti americani terminano qui, ahimè.

Cheers!

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