giovedì 25 agosto 2016

Apprezzare uno stile: saison

Volevo da un po' raccogliere idee ed interpretazioni su uno dei più interessanti e controversi stili, le saison, senza la ormai solita ragnatela di luoghi comuni con cui si prova a descriverle, ma partendo da qualche fonte e successivamente cercando di abbozzare un loro schema evolutivo.
Che non sia un vero stile è un dato di fatto, dato che l'approccio belga ne ha sempre fatto un calderone più che un preciso identikit di quello che si era soliti bere. Ma ciò non può privarci della possibilità di riunirne i punti distintivi e comprendere quello che erano, sono state e stanno diventando.


STORIA

Yvan De Baets, storico conoscitore dello stile prima di diventare founder di De La Senne, nel libro Farmhouse Ales e in varie interviste riassume i loro trascorsi così:
"Si possono individuare due periodi principali nella produzione di saison in Belgio: pre-1920 (diciamo anche IXX secolo e ancora prima) e post-1920.
Nel IXX secolo e nei tempi precedenti, le saison erano di bassa gradazione alcolica (tra 2,5% e 4,5%) ed erano acide, o “amaro-acide”, essendo sempre “infettate”, solitamente con effetti positivi, da batteri e lieviti selvaggi, dovuti ai rustici metodi di produzione birraria dei contadini. Erano pesantemente luppolate per “tenere sotto controllo” il livello di infezione. Si poteva trattare di una birra singola, prodotta in inverno e lasciata maturare fino all’estate - o in alcuni casi lasciata invecchiare anche per più di un anno prima del consumo – ma nella maggior parte dei casi era una miscela di birra giovane (prodotta tra novembre e marzo) e una birra acida invecchiata. La birra acida era spesso prodotta nella birreria stessa, ma alcuni birrai acquistavano le migliori birre acide, ovvero i lambic, e le miscelavano con la propria ale.Dopo la Prima Guerra Mondiale, i birrai del Belgio assorbirono tecniche di produzione più evolute, che li mettevano in grado di controllare meglio i problemi di infezione. Inoltre cominciarono a usare sempre di più i lieviti da coltura: per questo il gusto si fece più pulito. Furono prodotte birre più forti (ma pur sempre al di sotto del 6,5% alc parlando di saison) per competere con le birre importate dall’estero (da UK e Baviera) che a quel tempo stavano avendo sempre maggior successo. Il loro successo era dovuto appunto a tecniche di produzione più moderne che permettevano una migliore evoluzione, costanza del prodotto, e una “concentrazione” maggiore. L’idea dei birrai belgi allora fu quella di offrire al mercato birre di maggiore struttura per dimostrare la “qualità” delle loro produzioni. La Saison Dupont è un esempio di queste saison del secondo periodo. 
Un tempo le saison erano birre a gradazione piuttosto bassa, ora esistono esemplari ben più alcolici, ma non andrei sicuramente al di sopra del 7% alc. Dico 7% perchè non scarterei a priori come saison una birra che avesse il 6,8%... ma preferirei che fossero intorno al 5%."

Ecco: partendo da questa schematizzazione, andrei ancora oltre e proverei a descrivere anche come sta evolvendo attualmente il modo di produrre ed interpretare birre che si ispirano a questo stile.

mercoledì 3 agosto 2016

USA: la mia tabella di marcia

Ebbene sì, un altro viaggio birrario è all'orizzonte.
Come da mia morbosa abitudine, mi piace stilare un elenco di quello che riuscirò a visitare, dei luoghi che mi regaleranno qualche assaggio del panorama birrario locale.

Stavolta la mia meta sono gli USA, nell'immaginario uno dei paradisi per le tendenze stilistiche più intense ed innovative.
Il mio viaggio durerà 17 giorni, ma non sarà come tutte le altre volte.
A qualche giorno di autonomia si alterneranno giorni in cui l'itinerario sarà totalmente guidato, per cui non avrò la possibilità di scorrazzare verso i più reconditi indirizzi.
In un certo senso va bene anche così: la vastità di birrifici quotati, tap room e pub è talmente enorme che fare una scelta di che birrifici visitare in California, per esempio, sarebbe stata davvero un'impresa.
A maggior ragione se non si vuole trascurare l'aspetto meramente turistico: mettere la birra al primo posto è bello ma rischia di essere riduttivo e sterile se non si completa un ricordo di una bevuta con quello di una vista mozzafiato. Almeno, questa è stata sempre la mia filosofia.


venerdì 29 luglio 2016

Una visita agli stabilimenti Heineken di Massafra

L'industria, il nemico.
Quello che ormai siamo abituati a scansare e che rifiutiamo di comprendere partendo con i ragionamenti su qualità, omologazione ecc.
Sono sempre del parere che le cose vanno comprese bene, fino in fondo.
E così, appena si è presentata una nuova occasione di visitare un birrificio industriale (lo scorso anno visitai Plzensky Prazdroj a Plzen), l'ho rifatto.


Stavolta molto più vicino a casa, a Massafra (TA) presso gli stabilimenti di Heineken.
Quello che campeggia in alto nei silos materie prime è il marchio Dreher, sentitissimo in zona e non solo, nonostante si producano qui ben 17 birre differenti: Birra Messina, Birra Moretti, Heineken, ognuna con i suoi singoli prodotti (radler compresi...). Chiaramente, però, creare attaccamento verso Dreher è molto più diretto e forse redditizio che mostrarsi come industria senza identità.
Il tour gratuito ha visto una partecipazione di gente impressionante, tant'è che queste giornate gratuite saranno ripetute.

giovedì 14 luglio 2016

La rivincita delle buone birre semplici

Qualche giorno fa riflettevo, come spesso (anche troppo) mi capita di fare davanti a qualche birra che mi fa davvero saltare dalla sedia.
Sempre più negli ultimi periodi cerco il distacco dalla degustazione edonistica (cit.), pronta a snocciolare i più eruditi vocaboli, perdendo a volte il senso di quello che si sta bevendo mentre si è intenti a concentrarsi sulla punteggiatura invece che sull'intreccio.
Devo dire che c'è soprattutto una categoria di birre che molto agevolmente riescono ad agevolare questo distacco, a comunicare davvero direttamente questo senso della bevuta, facendo scivolare in un secondo piano dettagli stilistici.
Ma solo inizialmente, di prima battuta, perchè se si volesse scavare nelle caratteristiche più tecniche e magari collegarle ad un modo di fare birra e di utilizzare le materie prime, lo si potrebbe fare eccome.
Bevevo le birre di Gänstaller, tra le migliori interpretazioni di stili della Franconia che si possano trovare, e ripensavo proprio a questo discorso.


In molti si chiedono perchè piacciono, perchè riscuotono interesse e successo.
Io un'idea me la sarei fatta, dopo aver bevuto parecchie di queste in giro per la Franconia e la Germania, e parlo di keller, rauch, ma anche "zoigl" per non parlare di kölsch ed altbier ed anche di certe pils, un'idea me la sono fatta dei punti forti di queste birre agli occhi dei bevitori seriali:

mercoledì 8 giugno 2016

Le novità di Birrificio Svevo

Riprendo timidamente a scrivere tra le pagine del blog, trascurato negli ultimi mesi a causa di eventi decisamente importanti, e spezzo questo imbarazzante silenzio nel modo migliore che conosco: bevendo birra.
Non ho parlato ancora di una serie di nuove birre uscite da poche settimane sul mercato, quello pugliese, che in un certo senso hanno sorpreso.
Sorpreso perchè parliamo di un produttore, Birrificio Svevo, che mai prima aveva prodott birre del filone "hoppy" ed ora lo fa con una tripletta.
Ho atteso di assaggiarle per poterne parlare.

La prima birra è la Nuova Galassia, una birra caratterizzata dall'uso del luppolo Galaxy. Si presenta come pale ale stilisticamente parlando, con i suoi moderati 4.8%alc. e la sua veste grafica fumettara, condivisa dalle altre due birre del trio.
Schiuma fine e compatta, di colore bianco, a sovrastare una birra dorata, con un bel giallo pieno e lucente, limpida e con belle bollicine sottili che fanno immaginare buone cose.
Al naso emergono note leggere, poco intense, ma riconducibili a frutta a pasta gialla, uva bianca ed ananas.
Non è una di quelle birre che con l'aroma già intimorisce, bensì accenna ad una bevuta piacevole che di lì a poco arriva.

venerdì 25 marzo 2016

Il piccolo birrificio Old476 di Galatina e le sue birre

Gli aggiornamenti si fanno meno frequenti, ma le birre bevute mai.
Ci sarebbero un sacco di cose di cui parlare, ma da qualcosa bisogna ripartire.
Ed allora lo faccio tuffandomi ancora nella scena locale, quella che a volte è più immediata da conoscere, ma neanche tanto, considerando il numero di birrifici che sale senza sosta nel corso dei mesi e la loro difficile reperibilità proprio a causa delle recenti aperture e di un mercato ancora da invadere.
Tra uno spostamento di lavoro e l'altro ho avuto modo di fermarmi in quel di Galatina (LE) e conoscere uno dei micro più piccoli della regione.

L'impianto di Old476, capace di produrre 250 litri a cotta, si trova nel centro della cittadina salentina, all'inizio di una strada statale il cui nome (SS 476 appunto) campeggia su una pietra miliare proprio dirimpetto al locale di produzione.


Le birre prodotte dal birraio Antonio De Giorgi sono tre, con una quarta in fase di lavorazione.
Non c'è una filosofia precisa alle spalle di questo trio d'esordio, c'è piuttosto la voglia di Antonio di produrre birre secondo il proprio gusto, come spesso decide chi produce birre.

lunedì 15 febbraio 2016

Lichtenhainer, alla riscoperta di un antico stile tedesco

In quel mare di stili birrari di riferimento, un po' stravolti dalla modernità ed altre volte rispettati fedelmente, si insidiano ancora tipologie di birre che oggi non trovano ancora diffusione.
Spesso si tratta di motivi storici, legati agli sconvolgimenti industriali del secolo breve, che ha azzerato il passato per poi farlo rifiorire, anche se non nella totalità.
Degli stili dimenticati molti sono ormai noti e recuperati. Basti pensare a lambic, grodziskie, gose ecc. Altri sono sulla strada giusta, per meriti di qualche birraio con il pallino della storia e buona capacità di immaginazione.
È il caso dello stile Lichtenhainer, e la molla della curiosità mi ha spinto a cercarne una per berla e capire qualcosa in più.


Lo stile prende il nome dalla cittadina di Lichtenhain, piccolo borgo poco fuori da Jena, nel Land della Turingia, Germania. A quanto pare qui a metà del XIX secolo questa birra era molto popolare, non solo a Lichtenhain ma anche nelle vicine Wöllnitz, Ammerbach, Winzerla e Ziegenhain.
L'ultimo esemplare in stile, però, sarebbe stato prodotto nel 1983 alla Brauerei Ed Barfuss Söhne di Wöllnitz, ma sempre a Wöllnitz nel 1997 la Brauerei Talschänke fa uscire dai suoi fermentatori una Wöllnitzer Weißbier, che nei fatti sarebbe stato proprio un tentativo di riprendere a produrre birre in stile Lichtenhainer, ancora attualmente in produzione (servita a mo' di berliner weisse con sciroppi vari).


lunedì 8 febbraio 2016

Green Flash West Coast IPA

I post dedicati a singole bevute continuano, e stavolta rompono definitivamente la serie di pagine di blog dedicati ad esperienze di viaggio birrario.
E così si passa dalla Mitteleuropa all'estremo più occidentale statunitense, bevendo la West Coast IPA dei californiani di Green Flash.

Birra agli antipodi delle mie preferenze solitamente, più per incapacità di molte birre in commercio di evocare aromi luppolati di un certo livello di freschezza e pulizia che per mero disprezzo o antipatia per la tipologia di birra.

Stappo quindi questa birra gentilmente offertami da Iperdrink, sciacquo la pinta e verso.

La schiuma è molto pomposa, non molto legata ma compatta nell'impalcatura.
I primi aromi denotano, come era ovvio che fosse, un copioso apporto di luppolo.


lunedì 1 febbraio 2016

Praga: ricche bevute tra vecchie e nuove birrerie

Ci sono stato qualche anno fa e non mi dispiaceva affatto tornarci.
Praga mi si presenta ad inizio ottobre con temperature che non ho trovato neppure quando ci sono stato a luglio.
Ho avuto meno di 24h per farmi qualche giro, ma ho sfruttato al massimo questo tempo conoscendo già la città dal punto di vista turistico e non esigendo, quindi, di chissà quali deviazioni dalle mete centrali.


Ho inserito qualche locale in più in questo scatenato pub crawl ceco, e così ho avuto modo di aggiornarmi rispetto a ciò che ho bevuto nella scorsa visita.

lunedì 25 gennaio 2016

Plzen: un viaggio alla ricerca della pils tradizionale

Abbandonando a malincuore Neuhaus ed il paesello di Weiden dove pernottavo, rincasato a bordo della Colonna-mobile, mi dirigo l'indomani verso la Repubblica Ceca, abbandonando dopo 1 mese quella accogliente Germania che ho imparato a conoscere meglio.
Le ore di treno sono circa tre e servono per scollinare dall'Alto Palatinato alla Boemia, attraversando tratti di foreste interminabili.
Giungo nella cittadina che ha dato vita ad uno degli stili più innovativi del XIX secolo.
Quel 5 ottobre del 1842 Josef Groll fece nacquere la leggendaria pilsner e la sua prima creatura, la Pilsner Urquel.


Mi sembrava, quindi, quanto meno interessante fermarmi qua ed approfondire, visitando quella che è l'eredità storica ed industriale di questo fenomeno divenuto poi globale: la fabbrica Plzensky Prazdroj. È il birrificio cittadino, dove oltre alle Pilsner Urquell si producono numerosi altri brand.
Sta di fatto che a quell'epoca gli abitanti della cittadina boema non erano soddisfatti della qualità della birra locale, detta Oberhefenbier (birra ad alta fermentazione) e chiesero l'intervento di Josef Groll, birraio bavarese di Vilshofen, esperto in birre a bassa fermentazione.