lunedì 24 aprile 2017

De Leite, in stile con stile

Essendo saltata, purtroppo per imprevisti, sia la visita da Rodenbach che quella da Fantôme, abbiamo riempito la mattinata andando a visitare un altro promettente birrificio, che fortunatamente si era già reso disponibile precedentemente.
Brouwerij De Leite si trova nell'omonima via De Leiteweg a Ruddervoorde, nelle Fiandre occidentali, prendendo il nome proprio dal torrente De Leite che scorre poco distante.
Il luogo è un capannone situato nella zona industriale. Trovarlo è stato abbastanza complesso, non essendoci alcuna insegna.
Tra l'altro è curiosa la situazione di questo birrificio, nato come spin-off di una...azienda di arredi in legno!


Avevo incontrato già questo birrificio bevendo una sua folgorante birra più di 3 anni fa, mi incuriosì già da allora questa curiosa impresa dai due volti.
In effetti, si tratta proprio di un opificio dove la produzione di birra e la lavorazione del legno viaggiano insieme senza quasi alcuna barriera, e ci si ritrova a passare da una sala di maturazione con botti allo stoccaggio di tavole, senza fare molti complimenti.
Dal 1998 Luc Vermeersch produceva birra in casa, come tutti gli homebrewers partecipava a meeting e manifestazioni a tema...trovati molti riscontri positivi nella sua piccola produzione decise di partecipare ai corsi specializzati che organizza il birrificio Alvinne. La sua passione è così contagiosa che riesce a coinvolgere anche Etienne e Paul. Proprietario della Helbig, produttrice di arredamenti d’interni, Luc “si prende” una parte di immobile ed incomincia a sviluppare la sua idea di birrificio.
Minimale e post-moderna l'area di ingresso, dove si accolgono i visitatori con oggetti d'arredo intervallati a botti in fermentazione, e non sembra neppure di essere in un birrificio, a momenti.

lunedì 17 aprile 2017

3 Fonteinen, dagli abissi al galattico Lambik-O-Droom

Quella di questa volta non è una giornata trascorsa secondo i programmi previsti.
Ma pur non essendo sulla tabella di marcia, ci siamo trovati a girovagare tra le colline del Pajottenland, facendo poi tappa a Berseel.
Qui ci siamo fermati per pranzare al ristorante 3 Fonteinen, gestito da Guido Debelder.
Ho bevuto, così, il loro giovane lambic piatto, Jonge Lambik, esperienza che mi era capitata solamente da Cantillon nello scorso viaggio birrario in Belgio. Esperienza sicuramente da ripetere di tanto in tanto per comprendere come si arrivi ad un prodotto così articolato e complesso come una gueuze.


Il lambic piatto, o "jung" dato che dovrebbe avere tra i 9 e i 18 mesi (dialetti a parte, anche se a volte per piatto si può intendere anche quello "oud", quello che è maturato per 2-3 anni in botte ma non assemblato e quindi con bassa carbonazione), si presenta naturalmente con una schiuma quasi nulla, inesistente.

lunedì 10 aprile 2017

USA: la mia tabella di marcia (stavolta è vero!)

Non si cede neanche un centimetro...
Avevo programmato un viaggio la scorsa estate. Mi sono rotto una caviglia 4 giorni prima di partire.
Ma dopo mesi di bestemmie, terapia e ripartenze, eccomi a stilare nuovamente una lista di possibili scorpacciate di craft beer americana durante i numerosi spostamenti che mi aspettano.


lunedì 3 aprile 2017

De Dolle, tra sogno e realtà

Quella che sto per raccontare è un'esperienza che ho sognato di compiere tante volte.
Senza alcuna esagerazione, penso di aver desiderato di visitare la sede della Brouwerij De Dolle e conoscere di persona Kris Herteleer diverse decine di volte, ovvero ogni qual volta ho bevuto una delle sue birre.


Le porte della sua fabbrica di meraviglie aprono puntuali ogni domenica alle ore 14. Puntuali loro, perchè noi arriviamo con qualche minuto di ritardo. Conferma che il buon Kris attende per battezzarci italiani appena ci vede.
Ogni domenica, con la sua classica giacca brandizzata e talvolta con quel grosso papillon, Kris fa visitare il suo birrificio aprendo anche quella che oggi chiameremmo tap room, una sala di degustazione delle sue birre, a quanto pare ora ulteriormente allargata rispetto a prima.
Si parte con qualche parola introduttiva sulla storia, che parte dal 1980 rilevando una sorta di farmhouse dove già avveniva la produzione di birra.


lunedì 27 marzo 2017

In de Vrede, i tre prodigi di Westvleteren

In de Vrede è tappa obbligata se si è nelle zone di Poperinge, verso i confini occidentali con la Francia.
La domenica mattina alle ore 10 il locale, attiguo all'abbazia di St. Sixtus, è già aperto.
L'abbazia appare in lontananza quasi moderna ed austera, a pochi passi da questo luogo tempio delle birre che vanno sotto lo stesso nome della località dove è ubicato, ovvero Westvleteren, area ovest dell'abitato di Vleteren.


La loro storia parte da lontano, con dei monaci provenienti dall'abbazia di Mont de Cats (quella sorta di beer firm dei trappisti) che fondano l'abbazia ed iniziano a produrre birra nel 1839, aprendo poi nel 1871 la vendita all'esterno.
I fermentatori in legno a vasca aperta vengono sostituiti con quelli in acciaio (ancora a vasca aperta) nel 1968, mentre nel 1989 si passa all'acciaio anche per l'impianto di produzione, abbandonando il rame.

lunedì 20 marzo 2017

De Glazen Toren, l'eccellenza della semplicità

La visita da De Glazen Toren arriva dopo il primo risveglio in terra belga.
Da Bruges ci dirigiamo verso l'interno, in direzione di Erpe-Mere, all'indirizzo Glazentorenweg, ovvero via della torre di vetro. A sua volta, curiosamente, la via prende il nome da un antico bordello esistente in passato.


Ci attende Mark De Neef, collaboratore di Jef van den Steen, i quali con Dirk De Pauw hanno avviato questo birrificio solo nel 2004.
Il passato da giornalista birrario e produttore casalingo di Jef è noto, rafforzato da corsi tecnici professionali a cui anche Mark ha partecipato.
De Glazen Toren è ormai un classico dei produttori di qualità del Belgio. E questo nonostante la ancor tenera età e le dimensioni dell'impianto produttivo.
Quando si entra ci si rende conto che davvero si sta stretti qui. La sala cottura è da 20 hl, i fermentatori sembrano sì numerosi ma non come ci si aspetta.
Ciò che colpisce è che che la cotta qui si fa solamente il giovedì ed il sabato è destinato all'imbottigliamento. Un impianto che potrebbe essere ulteriormente sfruttato ma che per capacità della cantina non può aumentare la frequenza di produzione.

giovedì 16 marzo 2017

Berekeller

Certe idee partono da semplici spunti, che poi si arricchiscono di esperienze e si ingrandiscono a tal punto da diventare proposte e collaborazioni.
Ed è così che è nato questo percorso che ha portato me e Michele Solimando, birraio del birrificio Ebers, a partorire questa birra.
L'esperienza in Franconia di quel magico settembre 2015 mi ha decisamente lasciato affascinato dalle keller, e la cosa è ben evidente a giudicare dalla mole di post che ho poi scritto a proposito.
Lo stesso è accaduto per Michele, complice un viaggio a Bamberga e dintorni durante lo scorso anno.
Inutile negare l'effetto deflagrante che per entrambi ha avuto Birra in Franconia di Manuele Colonna, ormai vera e propria bibbia sul tema e vera miccia di questo nostro interesse.


Tornato dal viaggio, la voglia di rituffarsi in quei sapori maltati e rustici era talmente forte che mi impegnai per buttare giù una ricetta e produrmela in casa.
I risultati non furono male, anzi, rimasi abbastanza sorpreso dall'aver colto certi aspetti organolettici a furia di bere birre in stile keller e nell'aver saputo ricreare in parte certe alchimie tra malti e lievito, pur non possedendo un ceppo specifico nè particolari segreti tecnici che solo quei piccoli birrifici tradizionali custodiscono.
Mi ritrovai, poi, a parlarne ampiamente in un articolo realizzato per un numero di Fermentobirra Magazine dello scorso anno, nonostante la mia fosse solo una possibile interpretazione (seppur discretamente riuscita) su come avvicinarsi a queste birre.

lunedì 13 marzo 2017

Dupont, nel tempio delle Saison

La visita da Dupont è una di quelle occasioni che attendi da tempo.
Non è il classico microbirrificio, piccolo e familiare, che si è soliti seguire con ingenua curiosità: qui siamo al cospetto di un grande produttore, ma che ha segnato profondamente la storia delle saison, non solo in Belgio ma in tutto il mondo.
Tuttavia il tour all'interno del birrificio, prenotato per tempo con una guida in inglese, è stato molto istruttivo.
Non solo a livello di nozioni storiche, ma soprattutto per quanto ho visto con i miei stessi occhi tra sala cottura e sala fermentazione.


La guida ci introduce la storia del birrificio, che parte con Louis Dupont, agronomo in procinto di partire per trasferirsi in Canada. Il padre, Alfred Dupont, per dissuaderlo dall'idea, compra per lui una fattoria con produzione di birra, il birrificio Rimaux-Deriffer, risalente al 1759, noto per la produzione di saison e birre al miele. Nel 1945 Louis Dupont, senza eredi, intesta il birrificio alla sua nipote Sylva Rosier, ingegnere birrario. Sylva lavora in birrificio con suo figlio, Marc Rosier, il quale porta avanti la produzione dal 1964 al 2002, e con sua figlia Claude. Oggi figli e nipoti di Sylva Rosier sono gli attuali proprietari del birrificio. In particolare, il nipote Oliver Dedeycker, che cominciò a lavorare come ingegnere birrario nel 1990, dal 2002 sostituisce Marc Rosier, suo zio, come direttore del birrificio ed è quindi la quarta generazione a portarlo avanti consecutivamente.


La guida ci porta all'interno dell'impianto e comincia a parlarci delle vendite, molto concentrate sul solo mercato locale fino al 1986 con una produzione di 4000 hl/anno. Nel corso degli anni la produzione aumenta leggermente, portandosi a 7000 hl/anno solo nel 2002.
Ora, nel 2016, si parla di circa 25000 hl/anno, con circa metà dei volumi venduti all'estero (soprattutto USA).

venerdì 3 marzo 2017

Cnudde e le sue Oud Bruin

Una lunga serie di post su questo ultimo viaggio in Belgio non può che cominciare dall'inizio.
Primo luogo di ristoro che con i compagni di viaggio abbiamo previsto era la cittadina di Oudenaarde. Le Fiandre erano obiettivo del viaggio, per cui si voleva un qualcosa di autentico del posto.

Il pensiero è andato subito verso le Oud Bruin, motivo per cui visitare uno dei pochi birrifici che facesse ancora questi stili era fondamentale.
La contrapposizione delle Oud Bruin con le Red Flemish si muove su diversi fronti. Partiamo da un discorso geografico, visto che le Oud Bruin (quelle "brune") vengono prodotte storicamente nella zona delle Fiandre Orientali nei dintorni di Oudenaarde e sono caratterizzate dall'utilizzo di fermentatori in acciaio, da fermentazioni tramite batteri lattici e di far risaltare più la parte maltata.
Discorso diverso per le Red Flemish (quelle "rosse"), che vengono prodotte nelle Fiandre Occidentali nei dintorni di Roeselare e sono caratterizzate dall'utilizzo di botti di legno, da fermentazioni tramite batteri lattici, acetici e lieviti selvaggi e dove risalta maggiormente il carattere vinoso ed acetico.
Qualcuno sostiene che anche le Oud Bruin un tempo utilizzassero il legno (visto che l'acciaio è piuttosto recente, in effetti). Tra l'altro, pare che non nascano come birre da blendare con altre birre giovani, ma che siano birre lasciate a maturare ed imbottigliate in purezza (mentre le Red Flemish vengono blendate, vedasi tutta la produzione di Rodenbach).
A gettare altra confusione ci pensano altri due contributi.
Michael Jackson afferma: "the Old Browns traditionally are blends of young and old beers. This is also true of several similar beers with a redder colour that are made mainly in West Flanders." (The Great Beers of Belgium).
E Jeff Sparrow conferma: "The distinction between the beers of East and West Flanders is a modern concept. Blending of young and aged beer defines both styles, but West Flanders red beers are matured in oaken casks, while the brown beers mature in stainless steel tanks." (Brew like a Monk).


Scartando alcuni nomi più lanciati verso una produzione industriale (Liefmans), l'occhio è caduto quindi sulla cittadina di Oudenaarde, in particolare sulla frazione di Eine e sulla Brouwerji Cnudde, che pare sia proprio l'ultimo produttore a non blendare le Oud Bruin.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il mio esame BJCP

Smaltiti viaggio ed impegni lasciati per strada, posso dedicarmi a raccontare quella che è stata una esperienza del tutto unica, ovvero l'esame pratico per giudice riconosciuto dal BJCP.

Riavvolgo il nastro: grazie al supporto di MoBI e di Gianriccardo Corbo, finora unico membro BJCP italiano, è stata organizzata la prima occasione italiana per diventare giudici riconosciuti del Beer Judge Certification Program, l'organizzazione americana che detta quelle che sono riconosciute come linee guida mondiali degli stili birrari e che ispira anche diversi concorsi internazionali pro ed homebrewed.
Il primo passo era sostenere un esame teorico, online: 180 domande in 90 minuti, in inglese.
Ho fatto questo esame a settembre, studiando quasi per tutto il mese di agosto, e l'ho superato.
Questo mi ha dato la possibilità di accedere alla seconda fase, e cioè quella dell'esame pratico di degustazione, fissato per la prima volta in Italia per lo scorso 19 febbraio.
Si svolgeva a Rimini all'interno della fiera in occasione del Beer Attraction 2017.


Siamo stati in 12 ad averlo sostenuto.
Spiego in breve in cosa consiste: si tratta di degustare e descrivere (in inglese, anche se è stata prevista anche la possibilità di sostenerlo in italiano) ben 6 birre compilando le schede di degustazione ufficiali BJCP. Il tempo a disposizione è di 15 minuti per birra, senza pause tra una birra e l'altra, per cui alla fin dei conti vuol dire 90 minuti di esame.


Insieme agli esaminati l'organizzazione invia due proctor, ovvero due giudici che compilano anch'essi le schede come se dovessero anche loro l'esame: all'oscuro di che birra si tratti e senza alcuna altra informazione. Le loro valutazioni saranno quindi tenute di riferimento nella valutazione degli esaminati.